Calabrisella mia

Calabria e dintorni
sabato, 31 gennaio 2009






Mino Reitano

Un uomo di Calabria

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categorie: canzoni
giovedì, 29 gennaio 2009

  • Notizie Bibliografiche

    Scarsissime sono le notizie sulla vita e sulle opere di "questo figlio prediletto d'Apollo e delle Muse" come lo definisce il poeta Luigi Gallucci nella prefazione alla "Raccolta di poesie calabre". Domenico Piro, meglio noto sotto lo pseudonimo di "Duonnu Pantu", nacque ad Aprigliano (CS) da una nobile famiglia nel 1664. Altra notizia certa è l'anno della sua morte avvenuta nel 1696, come risulta dalla epigrafe dettata dal fratello Padre Isidoro Piro, filosofo e sacerdote dell'ordine dei Minimi.
    Riportiamo la lapide custodita nella chiesa di Santo Stefano:

    Suspice, viator, et inspice
    Mortis morsus, dum vita frueris
    D. Domenicus Piro, Ludovici filius
    Olim ex cathedra:
    Jam sepolcro docet:
    breves dies hominis esse.
    septennis (Proh dolor!) vix tactis
    lustris
    omnigenae scientiae peritia illustrior
    lucis usuram amisit
    anno dominicae incarnationis
    1696
    Biscat vivus a mortuo
    nam schola vitae mors est.
    Isidorus eiusdem frater natu minor
    professione Minimus, non sine lacrimis
    anno jubilei

    1700
    F.

    L'epigrafe fu dettata quattro anni dopo la morte del poeta dal fratello Padre Isidoro, uomo coltissimo e monaco dell'ordine dei Minimi. Per quanto riguarda la sua educazione nulla o quasi è arrivato fino a noi. Una parte importante della sua breve esistenza certamente ebbero: il fratello Isidoro "eruditissimus", come lo definisce il Barrio e "vir meliori aevo dignissimus, qui vel in tantis tenebris veritatis lucem aspexit" come dice l'Amato; i fratelli Donato, zii materni del Piro: ed il fraterno amico Carlo Cosentino col quale Pantu era solito trascorrere molte ore durante l'estate ad ispirarsi sotto l'ombra di un gelso bianco, posto incontro alla casa dell'amico "scrivendo versi e traducendo in dialetto apriglianese la Gerusalemme Liberata". Carlo Cosentino, inoltre, si recava spesso al mercato di Cosenza "per far tesoro delle vere frasi del nostro dialetto, che industremente ed a fatica raccoglievano dalla bocca delle donnicciuole", come dice il Salfi. Sappiamo con certezza che fu sacerdote. Queste sono le uniche notizie attendibili sulla vita del Pantu.

    • Il pensiero

      Nella memoria storica, il personaggio "Duonnu Pantu" si ripropone spesso come enigmatico e seducente sul piano intellettivo ed emotivo, per quanto i suoi versi imprimono nel nostro comprendere. Il personaggio, per l'assenza di materiale che ne definisca l'identità storica e culturale, rimanda ad un intreccio di sensazioni e di ipotesi concettuali che definiscono e determinano il fenomeno "Pantu" come un mito tramandato da padre in figlio, attraverso una orale trasmissione dei suoi versi, a cui si sono associati aneddoti popolari. Tale processo, alquanto peculiare e decisivo nella raffigurazione del personaggio, ha finito con il circoscrivere la sua scarna biografia e le notizie storielle di un colore mitologico che ha racchiuso i contorni del personaggio, a volte in maschera popolare irridente e satirica, altre volte, proprio per la commistione e mescolanza di contrari e contrasti nei quali si confondono, non solo il sacro e il profano, "incenso e zolfo", il bene ed il male, il vero ed il falso, il chiaro e lo scuro, la sacralità del corpo e la sua negazione, in un mito tramandato da generazione a generazione. Ad Aprigliano (CS) nel '600 sono significative le "voci" dei fratelli Ignazio e Giuseppe Donato, Carlo Cosentino e Domenico Piro, che scrivono in dialetto le loro opere. Ma è con "Duonnu Pantu" che il dialetto assume una sua dignità storico-culturale. Nel "Pantu" la vigoria linguistica, che si esprime con naturalezza nel dialetto calabrese, è plasticità visiva che assume una forza evocativa unica. Tutte le immagini del Pantu sono raffigurazioni espresse nella forza evocatrice del dialetto e fanno parte del patrimonio della vita quotidiana del popolo. Questo stretto rapporto fra gli schemi comunicativi di Pantu e quelli espressivi del popolo, sono entrati nell'uso comune e sono diventati parte integrante del patrimonio culturale e nell'immaginario proverbiale popolare. Pantu può essere storicamente considerato il primo poeta dialettale calabrese, colui che "a li tiermini mise li sigilli" e, anche se non è il primo storicamente, è sicuramente colui che per primo riesce a dare al patrimonio linguistico calabrese dignità espressiva, quantificandone lo spessore socio-culturale. "Duonnu Pantu", proprio per i dubbi storici della sua identità, è ormai diventato un'ombra inquietante nella letteratura e nel processo storico-culturale della Calabria. Principalmente ci si è preoccupati di sciogliere l'enigma della sua biografìa avvolta nel dubbio e nella mancanza quasi assoluta di dati verificabili storicamente e, quando non viene riconosciuta l'identità storica di un pensiero, il pensiero stesso viene ad essere altro e diventa ciò che noi vogliamo esso sia o possa rappresentare. Per questo meccanismo, diverse volte e in diversi contesti, si è considerato in modo superficiale la poetica "pantiana" come oscena, oppure, si è analizzata la sua tematica solo ad un livello superficiale. Incantati e meravigliati dai versi che creano immagini suggestive, lo abbiamo volgarmente e riduttivamente considerato un prodotto pornografico atipico, feticcio da consumare avidamente, finendo per considerare la sua poesia come oggetto da vendere o da sacrificarsi sull'altare di un sesso esorcizzato. Occorre ricordare come la tradizione popolare ha tessuto intorno al poeta, diremmo meglio sul suo pensiero, una maglia di aneddoti attraverso i quali il personaggio appare ambiguo, contraddittorio e sfuggente. "Pantu" diventa in tal modo la voce del popolo, la lingua tagliente che opera attraverso il di lui pensiero e assurge al ruolo di voce della maschera popolare, oppure diventa l'eroe che, opponendosi al potere con una satira pungente, disvela un mondo di servilismi e di finzioni, di ipocrisia e falsa morale. La cultura ufficiale ha sempre operato un meccanismo di negazione, esorcizzando il suo "poetare", divaricando strumentalmente con presupposti concettuali gli indizi critici della poetica "pantiana", riproponendo, forse per una razionalizzazione difensiva, una condotta di vita immorale e spregiudicata da additare al poeta, allo scopo di neutralizzare la sua carica comunicativa, per negare al popolo quel sostegno ideologico che rappresentava la sua poetica nel binomio sesso-vita, che prepotentemente si poneva come una precisa scelta esistenziale, espressiva, anticonformistica e di rottura di equilibri. Riteniamo pertanto, che il problema della biografìa del Pantu diventa marginale in confronto alla necessità obiettiva di una analisi culturale e critica della sua produzione poetica e del fenomeno culturale che la sua opera ha determinato nella letteratura e nella cultura calabrese. Lasciarsi sviare dalla tentazione di ricostruire solamente la biografìa storica, significa essere evasivi nei confronti di tutto ciò che la sua poesia, direttamente o indirettamente comunica ed evoca nel lettore. Per comprendere la spregiudicata indipendenza culturale del suo pensiero, bisogna ricordare come il '600 sia stato il secolo della immoralità trionfante e del potere della prepotenza della signoria del feudo. Il tempo della Controriforma, se da una parte "conserva" - nel peggiore dei modi e cioè con la violenza repressiva - la cultura del Rinascimento, dell'erudizione filologica delle arti e del suo culto, ebbe anche il compito - funesto - di frenare e reprimere ogni nuovo moto di pensiero scientifico e filosofico, artistico, culturale. Tutto doveva essere analizzato dalla lente del controllo e filtrato nel canone accettato e stabilito dal potere ecclesiastico. "Pantu" e il suo pensiero non solo sfugge a tale meccanismo repressivo, ma rimane a comunicare ancora il suo credo eretico-sessuale, non imprigionabile nelle strette maglie di una censura ideologica. In questo periodo storico di ombre paurose, di ambiguità esistenziale, di roghi e sangue, di repressione con l'immagine "indecifrabile" della morte, di tempo dell'ipocrisia e dell'artificio fine a se stesso, tempo dello spettacolo decadente della ricchezza che convive con la miseria in una atmosfera di commistione e negazione di identità storica, "Pantu" recupera la sua libertà espressiva e per la sua corrosiva analisi sull'immoralità del potere, diviene la voce del nuovo. La tensione parossistica implicita nell'opera pantiana, l'implosione sempre presente nei suoi versi che rimandano ad uno stimolo di protesta e ribellione come reazione alla repressione della Controriforma, sono segni tangibili che permangono nella sua esplosiva poesia. L'attacco al manierismo imperante come reazione ad una poesia falsa e artificiosa, viene portato da "Pantu" attraverso una poesia erotica, sessuale, che è incalzante, che non permette pause, essa è continua fecondazione della vita. Una tematica poetica che avrebbe sicuramente bisogno di una indagine ancora più profonda, per comprendere quale sia il filo nascosto che la sorregge nel suo tempo e oltre, che tenta di provare, esperimentare, promuovere arte con la lingua del popolo, nel tentativo di rilanciare una recuperata dimensione erotica della vita, per esprimere una libertà di pensiero e un desiderato mondo di sensualità e di convivenza. Donnu Pantu descrive il corpo e la sua superficie, egli si spinge oltre il visibile del suo confine e recupera nel desiderio pulsionale il suo interno sconosciuto. La sua poesia è compresa tra fantasia e alchimia e si percepisce attraverso l'odore acre della realtà popolare dove sacro e profano, incenso e zolfo, si mescolano in una dimensione di farsa allegorica, in un racconto sul mondo riproposto atttraverso l'ironia pungente che apre lo spazio ad una rinnovata coscienza e che preannuncia, attraverso la propria libertà espressiva, l'indipendenza del proprio pensiero. Duonnu Pantu, con la sua poesia, attraverso il corpo ritrovato, continua a cantare le meraviglie del mondo e a mostrarci con sottile ironia e tristezza, di un luogo dove l'eros, ancora inesplorato pianeta di fecondazione della vita, si ripropone come verità del nostro possibile divenire.

  • Opere Principali
    • Cazzeide

      La Cazzeide è un componimento di ventuno ottave. Pantu paragona il suo secolo , in cui uomini e donne sono dominati dalla lussuria, con la favolosa età dell'oro, ai tempi di Saturno, quando regnava l'innocenza e l'amore era solo unione spirituale con la persona amata. Il poeta ne dà la colpa alla dea Venere che, offesa più volte da Giunone in collera con lei, punisce le donne in modo che siano prese da forte eccitazione sessuale. Ogni donna è così alla ricerca frenetica di un compagno per congiungersi carnalmente: non guarda luogo, non fa distinzione di età, di grado, di razza, di condizione sociale. L'invadente immoralità non ha più punti di arginamento: il marito sa della moglie che lo tradisce e fa finta di nulla, finanche le porta l'amante in casa; così come il fratello ride della sorella da lui sorpresa mentre fa all'amore. Pantu conclude esortando i giovani a trascorrere il tempo tra i piaceri della vita.

    • Cunneide

      La Cunneide è un componimento di quarantotto strofe di quattro versi, di cui tre endecasillabi e un quinario che fa rima col primo verso. Pantu afferma come la maggior parte delle persone rincorrono le ricchezze facendone lo scopo principale della loro esistenza, mentre egli si accontenta di vivere alla giornata: una mangiata di castagne bollite, un po' di verdura, una bevuta di vinello da un fiasco lo rendono felice. Poco importa se veste poveri panni e porta ai piedi miseri calzari. Che gli altri si divertano pure, mangino a crepapelle, bevano in coppe d'oro e vadano anche fino a Roma. Egli non da peso a queste cose preferendo spassarsela nella sua Aprigliano. Quello che desidera veramente è fare all'amore. Non importa se con donne brutte o belle, sposate o nubili, vecchie o giovani, alte o basse, magre o grasse e così via. Solo rifiuta il rapporto sessuale - dice il poeta - chi è debole di schiena, chi non ha più buoni lombi. Non è forse vero che è proprio l'organo sessuale femminile a muovere ed a condizionare ogni cosa? Persino gli Dei furono presi da irrefrenabile passione per le donne: Giove nei confronti di Europella, Marte verso Venere, Piritò per Persèfone. Solo gli impotenti e/o gli ipocriti sostengono che vi sono delle persone che rifuggono i piaceri sessuali. È fuor di dubbio che l'organo sessuale femminile è una grande delizia, una vera dolcezza ed una efficace medicina.

    • Mumuriale

      II Mumuriale è l'istanza che don Caprone, detenuto nel carcere del vescovato per aver commesso adulterio, presenta all'arcivescovo di Cosenza pregandolo di concedergli la libertà, adducendo a sua discolpa che ebbe sì rapporto sessuale con donna sposata, ma che non riuscì però a compierlo totalmente perchè colto sul fatto. Inoltre, egli credeva di fare opera buona. E poi è solo un prete e, come tale - lo dicono persone assai autorevoli - non infrange la legge se si congiunge carnalmente con donne di facili costumi, per di più facendo loro dei regali.

    • Pruvista

      All'istanza (Mumuriale) presentata da don Caprone, segue il giudizio emesso dall'arcivescovo Gennaro Sanfelice. Si ordina che il prete sia messo in libertà a condizione che ponga freno ai suoi istinti sessuali, eviti di ingravidare qualche zitella e, nel soddisfare la fame di sesso delle sue amanti, non ne ridicolizzi i relativi mariti, la cui mascolinità è in declino.

    • Sonetti

      Nel sonetto Segnure 'Ncischiu..., Pantu fa dell'ironia nei confronti del suo rivale, un non menzionato poeta in auge, che ha osato sfidarlo portandosi nientemeno in Aprigliano. La partita in versi si risolve a favore di Duonnu Pantu ed allo sfidante non rimane altro da fare che allontanarsi con la coda tra le gambe. Nel sonetto Jisti a de Pinnu..., il Nostro deride il suo avversario che si da l'aria di un grande poeta, lanciandogli alla fine una sfida poetica alla sua maniera. Nel terzo sonetto Quarant'anni de cunnu..., Pantu rivolgendosi ad un suo amico lo ammonisce perchè si ostina come un deficiente ad aver rapporti sessuali al modo dei cafoni, a causa dei quali è mezzo rimbecillito, non privilegiando invece il "didietro" come papi, rè, cardinali e persone civili.

    • Canzuna

      Nella Canzuna, in ottava rima, Pantu sostiene ch'è meglio fare il macellaio od il tavernaio, mestieri molto redditizi, e non di certo il letterato, professione che non ti consente sicuramente di arricchirti. Non mancano esempi di persone sapienti dell'antica Grecia, continua il Nostro, che patirono la fame o, ancor peggio, morirono poveri. Sbaglia, dunque, chi afferma che essere persona colta sia meglio di qualsiasi ricchezza.

    Bibliografia essenziale

    1. Domenico Piro : alias Duonnu Pantu / O. Lucente. - Cosenza : Edizioni Orizzonti Meridionali, 1996.
    2. Duonnu Pantu : il mito / G. Marchese, F. Quattromani. - Cosenza : Edizioni Orizzonti Meridionali, 1996.
    3. Osceno in giallo : l'enigma Duonnu Pantu e le poesie proibite / G. Palange. - Soveria Mannelli : Rubbettino, 1995.
    4. Raccolta di poesie calabre : notizie sulla vita di Domenico Piro alias Duonnu Pantu / L. Gallucci. - Castrovillari : Patitucci, 1896.
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    categorie: pensatori
    domenica, 25 gennaio 2009

    Ricetta dei mostaccioli
    (ricetta della mia famiglia)

    1 kg. farina
    1/2 litro miele di fichi e miele d'api
    1 uovo
    1 cucchiaio zucchero
    1 bustina di lievito

    Il 1/2 litro dei due tipi di miele si intende 1/4 dell'uno ed 1/4 dell'altro ma, in mancanza del raro miele di fichi, si può usare soltanto quello di miele d'api.
    Unire tutti gli ingredienti e il lievito alla fine.
    L'impasto dovrà risultare molto morbido, per stendere la pasta e fare i panetti da infornare, ci si deve aiutare con della farina per riuscire a stendere ben la pasta sulla spianatoia.
    Mettere della carta forno sulla teglia e disporre i panetti a poca distanza l'uno dall'altro. In forno a 180° per 15 minuti.
    Questa è la foto dei mostaccioli fatti da me con i due tipi di miele per cui il colore scuro (il miele di fichi è praticamente nero).

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    categorie: ricette, cucina